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                                              MUSICA DI GRAN CLASSE A MASCHITO
veridico racconto di una improvvisa serata musicale di mezza estate
19 agosto 2007.

Lo diciamo un po tutti che nella vita, tante volte, sono il caso e la fortuna che creano alcune delle situazioni più felicemente impreviste ed irripetibili. Ed allora, per spiegarci, Michele Sciarillo, per quanto nato e profondamente legato a Maschito ed alla sua gente (e la gente di Maschito a lui) vive e lavora da anni (tanti da non saperli più contare) a Prato dove gestisce il suo bel bar “Caffè al teatro”, posto proprio lì, sul retro della mole architettonica del famoso teatro Metastasio. E così servendo tutti gli artisti che inevitabilmente si affacciano al suo bancone, porgendo veloce i suoi caffè, qualche panino con un vino d’accompagno, nascono amicizie e rapporti che, in specie con i più giovani, a volte rasentano e superano la familiarità. Artisti giovani (per i quali Michele, alle volte, non lesina ogni suo generoso sostegno), ma alcuni già ben lanciati nelle giuste orbite di promettenti carriere!
Poi capita che due di questi giovani artisti, con la loro figlioletta Ambra, decidano di partire per una vacanza verso il sud della nostra Italia ed ecco che, volere o no, la Basilicata, il Vulture, Maschito con la sua comunità arbresche e la casa paterna di Michele (nonno Elia, grazie a Dio, vive ancora) diventano tappa obbligata per il violinista statunitense Brad Repp (lui ci tiene molto a dichiarare i suoi natali nello stato del Nevada e la sua discendenza da padre Sioux!) ed il soprano Maria Luigia Borsi, nel cui volto v’è un bel compendio della genuina nostra patria bellezza non disgiunta da una garbo che (e siamo fortunati a poterlo raccontare) mai l’abbandona, nel canto come nel più semplice quotidiano.
“Passate da me, anche se vi fermate solo qualche ora a Maschito …. magari ci fate sentire un paio di bei pezzi … mi farebbe felice se qualcuno del mio paese potesse ascoltarvi. E poi ripartite con comodo per la vostra meta, magari prima assaggiamo un piatto di pasta fatta in casa da mia sorella o dalle mie cognate … un bicchiere di aglianico, quello buono fatto con l’uva delle vigne che mio padre ed i miei fratelli coltivano!”. Deve essere stata più o meno così la telefonata trasportata dalle onde elettromagnetiche dei cellulari e fatto sta che il 19 agosto dell’anno di grazia 2007, giunti a Maschito nell’assolato e silenzioso domenicale del primo meriggio, i due si siano poi ritrovati alle 19:30 catapultati al cospetto di centinaia di persone (diremmo mezzo paese e oltre!) che gremivano la chiesa di Sant’Elia! Tutti lì, grazie ad un rapidissimo ed efficace passa voce (che farebbe impallidire la più scientifica delle campagne elettorali o di marketing): uomini, donne e bambini, tutti ansiosi e pazienti.
Ma non c’è due senza tre! Ed ecco, a completare e perfezionare l’evento, l’entrata in scena dell’irrinunciabile pianista (ma lui è certo più di un pianista, viste le sue geniali doti recitative, compositive, di scrittore ed efficace disegnatore o di quant’altro ancora noi non sappiamo ma che certo “un bel dì vedremo”!) ovvero di Aldo Gentileschi, arrivato di volata anche lui a Maschito, chissà da dove e chissà con quale altro stratagemma del bravo ed infallibile Michele. Entusiasta, uno del pubblico, Ettore Bitetti, riferisce: “Prima che cominciasse la loro esibizione, mentre il Sindaco Antonio Mastrodonato rivolgeva il suo emozionato saluto ai tre artisti, alla mia mente si è affacciato il ricordo di alcuni racconti degli anziani del paese, allorché narravano di quando durante i primi decenni del secolo scorso ci fu l’emozione di un memorabile concerto del grandissimo Tito Schipa (d’origine arbresche anche lui come lo stesso cognome tradisce, in quanto deriva dal vocabolo sqhipé, ossia aquila!) che, anzi, mi si assicurava aver addirittura vissuto a Maschito quando, forse spinto da interessi familiari, qui venne per faccende legate alla produzione d’uva da vino che, ai quei tempi, era qualcosa di favoloso in quantità e qualità. Ma non c’è stato tempo di soffermarsi in altre rimembranze o meditazioni ché, nel silenzio della chiesa ormai gremita oltre l’ingresso, sono risuonate le note del brano che da subito ha fatto capire di che pasta è fatto il duo Gentileschi – Repp (e sarebbe il caso di dire “attenti a quel duo!” ricordando il titolo di una fortunatissima e divertentissima serie di telefilm): “Beau Soir” di Claude Debussy! Sistemati i concetti fondamentali (diciamo così) a cui il pubblico ha subito istintivamente accondisceso, ecco che sono saltate fuori, in un inarrestabile ed affiatatissimo crescendo, tutte le capacità tecniche, virtuosistiche ed espressive che, ad esempio, travasavano copiosamente dalle note della Ciarda di Vittorio Monti: pezzo di sicuro effetto che quando saputo eseguire, grazie ai suoi tremoli mozzafiato nei piani e pianissimi, ai briosi forti ed ai gustosissimi armonici che ti lasciano sempre lì sospeso perché sono come dei thriller che mai sai come possono andare a finire; musica che sa andare ad infilarsi nelle più remote estremità dell’archetto o nelle più sottili corde dello strumento, per poi esplodere con forza a riempire e travolgere vigorosamente anche l’intero volume del più grande degli auditorium, trascinando come per magia l’infervorato ascolto di ogni pubblico. E poi abbiamo avuto la grandissima gioia di ascoltare il particolarissimo “Tambourin Chinois” di Fritz Kreisler dove pianista e violinista giocano una sapiente e variegata corsa in tandem nella quale sono emersi i funamboleschi balzati, eseguiti da Repp colpendo le corde del violino con incredibile agilità quasi fosse, il suo archetto, una sorta di arma, di freccia brandita dalle mani di un capo sioux. Ed il duo Gentileschi - Repp, ha proclamato la sua fede per un esibirsi musicalmente impeccabile sì, ma anche di credere in uno stile da “musicisti recitanti” quando, con incredibile affiatamento, hanno condito di sapiente e congrua gestualità quella musica. Essi, insomma, sanno trasformare anche in “scena”, se possibile come possibile loro hanno dimostrato essere, ogni figura musicale. Abbiamo non solo udito con le nostre orecchie ma “visto” con i nostri occhi, scale mirabolanti che precipitavano a perdifiato lungo gli oltre ottanta tasti del pianoforte o le quattro corde del violino che ora apparivano prolungabili nell’infinità: una misurata mimica, di rara efficacia comunicativa, nasceva in perfetta simbiosi con la musica e tutti hanno colto quel messaggio. L’ovazione è stata inevitabile, potente!”.
Ma cosa poteva fermare “quei due” e l’intera folla del pubblico? Chi avrebbe arginato quanto ormai appariva come uno tsunami di crome e chiavi musicali? Lei! Si soltanto lei: solo l’entrata in scena del soprano Maria Luigia Borsi poteva calmare quei due “bollenti spiriti” o “giovanili ardori” che dir si voglia; perché ora i loro strumenti erano da mettere allo stretto servizio della sua voce, della sua poetica musicale di soprano lirico per eccellenza, che noi sappiamo già avviata a far ben rivivere le più belle pagine pucciniane o di tanta altra tradizione melodrammatica, nei grandi teatri del nostro continente ed oltre. Nel silenzio riconquistato dalla messa in ordine dei citati due “malandrini”, Maria Luigia ha esordito con “Tace il labbro” dalla celeberrima Vedova Allegra di Franz Lehar, dove, però e quale ulteriore affermazione del chi fosse la vera dominatrice dell’impero, ha “inventato” un finale da brividi, che ha di potenza sollevato l’intero pubblico per un infinito applauso, per poi accomiatarsi con un quasi inevitabile “O sole mio”. E così ancora una volta le note di Di Capua e le parole di Capurro (l’anno prossimo compirà la bellezza di 110 anni, questa magnifica canzone le cui note sono state composte dal Di Capua molto probabilmente lontano dall’Italia e da Napoli) sono state il banco di verifica finale, mai facile e da non affrontare assolutamente con superficialità, del quanto si ha nei polmoni, nelle corde vocali e nella sensibilità interpretativa, di quanto ha poi fruttato (ed ancor di più, nel nostro caso, potrà di sicuro fruttare!) la costanza e sapienza nello studio ed affinamento delle proprie doti naturali nell’esercizio dell’arte melodica per eccellenza: insomma il possesso o meno di tutto quel che non deve mancare per meritarsi un duraturo inserimento nella ancor viva (e da difendere a denti stretti) nostra migliore e più fulgida tradizione musicale. E Maria Luigia Borsi, per quanto umile possa essere il nostro giudizio, certamente lo merita!
Lorenzo Zolfo
la foto ritrae i musicisti col Sindaco Mastrodonato

                                                                                             

 

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